venerdì 3 febbraio 2012

Si aprono i cantieri per il più grande parco solare d’Israele

La Sol Project 7, che appartiene alla Solaer Israel (rappresentante locale della Solaer spagnola) ha vinto l’appalto del comune di Ramat Hovav per realizzare il progetto solare più grande del Paese. Produrrà 30 MW per 22 anni
Al via i cantieri per il più grande parco fv di Israele
L’energia solare comincia a prendere piede in Israele dove la Sol Project 7, società della Solaer Israel (rappresentante locale del gruppo spagnolo Solaer), ha vinto l’appalto del comune di Ramat Hovav per realizzare il progetto solare più grande del Paese. Lo fa sapere l’Ice, segnalando che il costo stimato del progetto ammonta a circa 80 milioni di euro. Ramat Hovav è una zona industriale, situata nel sud del Paese, in cui operano le principali industrie chimiche. Gli impianti fotovoltaici saranno costruiti su una superficie di circa 500.000 mq, dove erano posizionati in passato stagni di evaporazione per lo smaltimento dei rifiuti delle industrie chimiche della zona. La costruzione degli impianti dovrebbe durare un anno e mezzo e al termine del progetto si stima che l’impianti produrranno circa 30 MW per un periodo di 22 anni. I profitti della produzione di elettricità saranno utilizzati per investimenti ambientali e per la ricostruzione dei restanti stagni di evaporazione nella zona. Sempre in tema di energia solare, è da segnalare che il fondo d’investimenti israeliano Noy Infrastructure ha acquisito per 3 milioni di euro circa il 36% della fattoria del sole della Arava Power Company, situata nel sud d’Israele. L’impianto di Ketura rappresenta il primo impianto del suo genere nello Stato ebraico ed è il primo a essere stato collegato alla rete elettrica nazionale. (a.b.)

La Lombardia firma per l’Expo 2015 a impatto zero

La Giunta regionale ha approvato una delibera che dà il via libera alla realizzazione del sito espositivo, approvando la Valutazione di impatto ambientale e indicando gli interventi da mettere in atto, che riguardano energie rinnovabili e altre pratiche “ecologicamente corrette”
Un rendering di Expo 2015
Sarà un Expo 2015 a “impatto ambientale zero”. Lo ha confermato la Giunta della Regione Lombardia, approvando una delibera che dà il via al sito espositivo. Per questo è stato dato l’ok alla Valutazione di impatto ambientale e agli interventi da mettere in atto per la realizzazione, che comprendono l'uso di energie rinnovabili, il rispetto delle fasce di pertinenza dei corsi d'acqua, il corretto smaltimento dei rifiuti, una adeguata rete di trasporto pubblico. Lo stesso provvedimento istituisce un Osservatorio ambientale, che monitorerà tutto il processo inerente l'evento del 2015, dalla costruzione della piastra espositiva alla programmazione degli interventi di compensazione ambientale. Il presidente della Regione, Roberto Formigoni, ha ricordato che “la dimensione ambientale ha fatto parte da subito del progetto di Expo. Ricordo che almeno il 56% della superficie sarà trasformato in un grande parco e che sarà dato ampio spazio alle vie d'acqua, che saranno la prosecuzione del parco stesso”. Sono previste compensazioni ambientali con opere a verde di rafforzamento della rete ecologica, di riqualificazione del reticolo idrico e a favore delle attività agricole, tali da compensare totalmente la perdita di valore ecologico dei suoli e le emissioni di Co2. (a.b.)

giovedì 2 febbraio 2012

Rinnovabili, le nuove linee guida della Regione Piemonte

La Giunta della Regione Piemonte ha approvato con due delibere, pubblicate nel BUR n. 05 del 2 febbraio 2012, le nuove regole per l’installazione di impianti alimentati a fonti rinnovabili.
La delibera del 30 dennaio 2012, n. 5-3314, definisce le norme per il procedimento unico relativo al rilascio dell’autorizzazione alla costruzione ed esercizio di impianti.
La Regione Piemonte dà così attuazione alle disposizioni contenute nelle Linee guida nazionali (DM del 10 settembre 2010 in attuazione di quanto previsto dall’art. 12 del Dlgs 387 del 29 dicembre 2003), entrate in vigore il 3 ottobre 2010, in fatto di semplificazione delle procedure autorizzative di competenza delle Regioni e per il corretto inserimento nel territorio degli impianti a fonti rinnovabili. Per uniformare i procedimenti affidati alle Province, la delibera della giunta piemontese fa particolare riferimento alla documentazione da allegare alla richiesta, agli oneri istruttori, alle modalità di conduzione dell’iter procedurale, alla compatibilità paesaggistica ed ambientale dell’intervento, alla variante al piano regolatore, alle garanzie finanziarie.
Con altra delibera la Regione ha individuato le aree e siti non idonei all'installazione e all'esercizio di impianti per la produzione di energia elettrica alimentati da biomasse (Deliberazione del 30 gennaio 2012, n. 6-3315)
I sintesi sono stati individuati come non idonei i seguenti siti:
1. aree sottoposte a tutela del paesaggio e del patrimonio storico, artistico e culturale e specificamente i siti inseriti nel patrimonio mondiale dell’UNESCO, le aree interessate dai progetti di candidatura a siti UNESCO “core zone”, i beni culturali e paesaggistici, le vette e crinali montani e pedemontani, nonché i tenimenti dell’Ordine Mauriziano;
2. territori dei Comuni ricadenti nella ‘Zona di Piano’ del Piano regionale di Tutela e Risanamento della Qualità dell’Aria, in assenza di requisiti minimi prestazionali degli impianti pari a PES > 0%, > 10% e > 0%, rispettivamente per gli impianti delle filiere ligno-cellulosica, dei biocombustibili liquidi e del biogas; aree con elevato carico azotato (surplus > 50 kg/ha/a);
3. aree agricole e specificamente i terreni agricoli e naturali ricadenti nella prima e seconda classe di capacità d’uso del suolo, i terreni agricoli irrigati con impianti irrigui a basso consumo idrico realizzati con finanziamento pubblico, i territori dei Comuni individuati nell’ “Elenco dei Comuni ad alto carico zootecnico” (questi ultimi, per i soli impianti a biogas con potenza elettrica superiore a 250 kW che utilizzano in prevalenza [>50% in peso] prodotti agricoli da colture dedicate), da redigersi a cura della Direzione Agricoltura;
4. aree forestali e aree in dissesto idraulico e idrogeologico.
Il documento segnala, inoltre, alcuni ambiti territoriali che richiedono un particolare livello di attenzione nella valutazione dei progetti in quanto presentano elementi di criticità paesaggistica, ambientale, o correlata alla presenza di produzioni agricole ed agroalimentari di qualità e di situazioni di pericolosità idrogeologica nell’ospitare impianti per la produzione elettrica alimentati da biomasse.

Fotovoltaico su terreni agricoli e la corsa alle serre

Dopo la questione del blocco degli incentivi sui terreni agricoli, ancora non definitivamente chiusa dall’approvazione del decreto legge 24/1/2012, che dovrà essere convertito in legge, il fotovoltaico si becca anche il tormentone della minaccia “serre fotovoltaiche”. Non c’è proprio pace per un settore forse troppo “in crisi di crescita”.
Oggi il Ministro delle Politiche Agricole, Mario Catania, ha dichiarato che “finché ci sarò io, coloro che realizzeranno serre agricole con pannelli fotovoltaici saranno marcati stretti e insieme al ministero dello Sviluppo Economico e a quello dell’Ambiente, staremo attentissimi affinché siano evitate speculazioni di tutti i tipi: saranno vere serre con fotovoltaico”. Il Ministro Catania, acerrimo nemico degli impianti fotovoltaici a terra su terreni agricoli (Qualenergia.it) sembra rispondere a un comunicato di ieri di Legambiente che paventava un rischio di speculazioni per impianti FV su serre visti gli elevati incentivi, equiparati, dal recente decreto legge, a quelli su edifici.
Legambiente afferma, in sintesi, che senza limiti di potenza e con un livello ammissibile di ombreggiatura molto elevato (il 50%) potrebbe partire la corsa all’impianto su serra con il problema aggiuntivo che l’eccessiva quota di ombra non permetterebbe coltivazioni significative. Uno svantaggio economico comunque ben compensato dai nuovi generosi introiti del conto energia per questo tipo di applicazione.
L’associazione ambientalista aveva espresso parere favorevole sul blocco degli incentivi per impianti a terra, affermando che “il boom di progetti presentati al GSE rischiava di mandare in tilt il sistema e di diventare un boomerang per il futuro delle rinnovabili”. Tuttavia si è detta critica per come è stato realizzato l'articolo 65 del decreto. Non solo per l’eccessivo incentivo dato alle serre FV, ma anche perché eliminare del tutto una possibile integrazione al reddito delle sofferenti aziende agricole italiane con piccoli impianti FV a terra sarebbe un errore.
Secondo il vicepresidente di Legambiente, Edoardo Zanchini, “l’obiettivo dovrebbe essere quello di promuovere una corretta integrazione tra impianti energetici e agricoltura di qualità, mentre una norma del genere può solo favorire le speculazioni e aumentare i problemi ambientali, incentivando anche la creazione di nuove serre, con conseguente aumento del consumo di plastiche che già oggi, in molte regioni rappresenta un grave problema per lo smaltimento”.
Non crediamo che il dibattito-scontro sull'art. 65 si fermerà qui. In molti ritengono che già quanto disposto dal decreto Romani fosse utile a bloccare i fenomeni speculativi per gli impianti FV su terreno agricoli (limite del MW e/o del 10% del rapporto superficie terreno-moduli FV per impianti entrati in esercizio dopo il 28 marzo 2012); impianti che avrebbero avuto già da quest’anno una redditività comunque non così vantaggiosa. Resta critica la situazione per quegli operatori che avevano ottenuto i permessi per impianti con taglie importanti e che potevano entrare in esercizio prima del 28 marzo. Certamente un rischio assunto da questi imprenditori, visti i tempi di allacciamento sempre incerti, ma che ora, senza poterci nemmeno provare, resteranno impossiblitati a realizzare i loro progetti. Investimenti persi definitivamente? Si attendono ricorsi per il carattere retroattivo delle norme entrate in vigore.

Fotovoltaico, anche la Cina ritocca gli incentivi al ribasso

02-02-2012
Tagli agli incentivi per favorire lo sviluppo del fotovoltaico? Detto così potrebbe sembrare un paradosso, eppure proprio così il Governo cinese ha giustificato l’intenzione di ridurre le sovvenzioni agli impianti che producono elettricità dal sole
Fotovoltaico, anche la Cina ritocca gli incentivi al ribasso
Tagli agli incentivi per favorire lo sviluppo del fotovoltaico? Detto così potrebbe sembrare un paradosso, eppure proprio così il Governo cinese ha giustificato l’intenzione di ridurre le sovvenzioni agli impianti che producono elettricità dal sole. Il ministero cinese delle Finanze ha infatti reso noto che introdurrà alcune modifiche al programma noto come “Golden Sun”. A partire da quest’anno i proprietari di installazioni fotovoltaiche, che rientrano nel regime di incentivazione, realizzate con moduli al silicio cristallino e in film sottile al silicio riceveranno una tariffa di 7 yuan (pari a 0,84 euro) al Watt. In precedenza il programma prevedeva per le due tipologie di moduli rispettivamente 9 yuan (1,09 euro) per Watt e 8 yuan (0,97 euro) per Watt. La novità riguarda installazioni installate alla rete. Seguirà un'ulteriore comunicazione per i sistemi off-grid. Secondo quanto comunicato dal ministero cinese delle Finanze, la riduzione delle tariffe, stimolerà la costruzione di impianti di maggiori dimensioni favorendo al contempo una crescita sostenibile del settore. Secondo gli esperti, tuttavia, la decisione di Pechino nasce anche dall'intenzione di prevenire una crescita incontrollata delle installazioni. Il mercato fotovoltaico ha fatto registrare un vero e proprio boom l'anno scorso, conquistando il terzo per volume di capacità annua installata (circa 2 GW secondo Epia). Merito dell'introduzione l'estate scorsa di un nuovo sistema incentivante (feed-in-tariff) che ha riscosso un notevole successo accelerando la corsa agli impianti. (f.n.)

Nel superlaboratorio della Sapienza nasce il fotovoltaico del futuro

02-02-2012
Produrrà cellule fotovoltaiche integrate nei vetri delle finestre e batterie al litio più potenti e sicure per telefonini e auto elettriche e altre tecnologie innovative. E' il Laboratorio per le Nanotecnologie e le Nanoscienze all'Università La Sapienza, prossimo all'inaugurazione
Sta per essere inaugurato il Laboratorio per le Nanotecnologie e le Nanoscienze della Sapienza
Si chiama Laboratorio per le Nanotecnologie e le Nanoscienze (Snn-Lab) ed è prossimo all’inaugurazione. Nasce all’interno dell’Università La Sapienza di Roma e il suo scopo è quello di ideare e produrre tecnologie decisamente innovative in più settori. Tra questi ci sono quello legato al fotovoltaico e alla mobilità sostenibile. Infatti il Snn-Lab realizzerà, tra l’altro, cellule fotovoltaiche integrate nei vetri delle finestre per case più energeticamente efficienti e batterie al litio più potenti e sicure per telefonini e auto elettriche. Il laboratorio è destinato così a diventare la struttura di riferimento per la ricerca d’avanguardia e le imprese del territorio.

Come spiega il rettore dell’ateneo, Luigi Frati “il Laboratorio è dotato di strumentazioni e professionalità di assoluta eccellenza a livello internazionale ed è stato realizzato interamente con fondi dell’Università e della Regione Lazio, a sostegno di Joint Labs per l’innovazione e il trasferimento tecnologico”. In questa struttura, afferma la responsabile del Laboratorio, Maria Sabrina Sarto, “si potrà fare ricerca e studiare applicazioni, in un’ottica di filiera, in numerosi ambiti: dalle nanostrutture e i micro/nano dispositivi per l’elettronica e la fotonica, come batterie al litio più potenti e sicure per telefonini e auto elettriche o cellule fotovoltaiche integrate nei vetri delle finestre per case ecosostenibili, ai nanomateriali e alle superfici multifunzionali intelligenti per applicazioni industriali, come pneumatici destinati a mandare in pensione l’Abs”.  (a.b.)

Rinnovabili, Piemonte: stop al consumo di suolo. Nel mirino le biomasse

02-02-2012
Semplificazione dei procedimenti autorizzativi per gli impianti che producono energia verde e contrasto al consumo incontrollato di suolo agricolo. Questi gli obiettivi di due delibere approvate dalla Giunta piemontese: giro di vite sulla "proliferazione eccessiva" degli impianti a biomasse

Semplificazione dei procedimenti autorizzativi per gli impianti che producono energia verde e giro di vite su un'eventuale "proliferazione eccessiva" degli impianti a biomasse sui suoli agricoli. Sono i provvedimenti contenuti in due delibere messe a punto in collaborazione con l’Assessorato all’Agricoltura e approvate lunedì scorso dalla Giunta regionale piemontese nell’ambito dell’attuazione “Linee guida per l’ autorizzazione degli impianti alimentati da fonti rinnovabili”. La prima punta a uniformare i procedimenti autorizzativi superando le differenze presenti sul territorio regionale a beneficio delle province, enti titolari della competenza autorizzativa e avendo come principio guida “la tutela ambientale e paesaggistica” con “importanti garanzie per quanto concerne la salvaguardia dei terreni rurali, delle tradizioni agroalimentari” piemontesi. La seconda è intervento finalizzato a evitare, annuncia la Regione in una nota, la “proliferazione eccessiva” degli impianti a biomasse che potrebbe “dar luogo ad un consumo di suolo incontrollato con ricadute negative sull’intero comparto rurale”. Un’azione di contrasto, dunque, che l’esecutivo piemontese guidato dal leghista Roberto Cota ha attuato individuando i criteri sulla base dei quali può indicare le aree e i siti non idonei all’installazione di tali impianti relativamente alle filiere dei combustibili ligno-cellulosiche, liquidi e del biogas.

Più nel dettaglio, nell’ambito delle limitazioni imposte, sono considerate non idonee all’esercizio di impianti alimentati da fonti rinnovabili le aree agricole più fertili o ad elevato pregio naturalistico, le zone soggette al rischio di dissesto idrogeolico, quelle irrigate con impianti irrigui a basso consumo idrico realizzati con finanziamento pubblico, nonché i territori dei Comuni individuati nell’“Elenco dei Comuni ad alto carico zootecnico” (questi ultimi, per i soli impianti a biogas con potenza elettrica superiore a 250 kW che utilizzano in prevalenza, per oltre il 50% in peso, prodotti agricoli da colture dedicate). Per l’asssessore Regionale all’Agricoltura, Claudio Sacchetto, “vanno sottolineati gli accorgimenti a tutto vantaggio del comparto rurale: all’agricoltore titolare della propria azienda viene lasciata, nei limiti della legge, la libertà per poter edificare il proprio impianto alimentato da biomasse, allo stesso tempo però sono state poste norme e limitazioni precise per evitare che speculazioni esterne possano danneggiare e lucrare in modo intensivo sul mondo rurale piemontese. Un buon lavoro portato a termine per evitare l’incontrollato consumo di suolo agricolo. Misure particolari inoltre sono state adottate per monitorare e tutelare le aree ad elevato carico zootecnico, infine si sono volute scongiurare prima del nascere eventuali interferenze -dovute alla presenza di grandi impianti a biogas- sia sul prezzo di mais e altri combustibili vegetali affini (interferenze che avrebbero potuto danneggiare il regolare approvvigionamento di materie prime da parte degli allevatori) sia la possibile influenza sul costo degli affitti dei terreni agricoli”. (f.n.)